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noncicredo
di Giampiero Calapà
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A schiena dritta
3 maggio 2010
da L'Antefatto

di Antonio Padellaro

"Era semplicemente una persona che aveva deciso di non scendere a compromessi ed è morto per questo", racconta Salvatore Settis al nostro Calapà nella bella intervista sul 1° Maggio a Rosarno. Rosarnese, il direttore della Scuola Normale di Pisa parla di un calabrese come lui, Peppino Valarioti, intellettuale e dirigente del Pci localeassassinato dalla ‘ndrangheta nel 1980. Scriviamo nel giorno in cui si ricorda un altro meridionale che non scese a patti: Pio La Torre, ucciso dalla mafia a Palermo il 30 aprile 1982 assieme al suo autista Rosario Di Salvo. Ci piacerebbe che questo 1° Maggio fosse celebrato nel nome degli uomini e delle donne con la schiena dritta. Di quelli morti. E di quelli vivi. Non gli eroi, ma le persone normali.

Quelle che ogni mattina affrontano l’esistenza, accompagnano i bambini a scuola, si recano al lavoro. Ma se non ne hanno uno, la schiena devono averla ancora più robusta. Perché non è facile sentirsi esclusi, improduttivi, inutili. Macerarsi nel pensiero di un fallimento personale. Spiegare perché alla propria donna, ai figli. Piano piano ti ammazzano le necessità della vita materiale. Ma più di tutto, peggio di tutto l’idea di un mondo che gira al contrario. Che premia i furbi e gabba gli onesti. Il rimbombo di parole altisonanti (regole, ideali, valori), di alti messaggi, di celebrazioni e ricorrenze diventa insopportabile.

Che te ne fai se poi per essere ascoltato un attimo devi finire sopra a un tetto, in cima a una gru o in fondo a un’isola battuta dal vento? Per senso del decoro non diremo che se ne fanno i 370 mila nuovi disoccupati della soddisfazione del ministro dell’Economia per come l’Italia "sta uscendo dalla crisi". Infine, la somma ingiuria delle frasi ridicole. Di quel ministro, per esempio, che per giustificare l’acquisto di un lussuoso appartamento in parte in nero, in parte con una girandola di assegni di un benefattore balbetta cose come "non mi farò intimidire", non spiega nulla e riceve la naturale solidarietà del suo degno presidente che lo invita a restare (ci mancherebbe) al suo posto. Vadano a dirlo a chi si svena per l’affitto o viene strangolato dal mutuo. Sarà il 1° Maggio della schiena dritta. E dei pugni stretti di rabbia.

da Il Fatto Quotidiano n°128 (anno 2) del 1° maggio 2010



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"Basta genuflessioni, la sinistra offra un sogno"
3 maggio 2010
da L'Antefatto

Parla il direttore della Scuola Normale di Pisa Salvatore Settis, rosarnese

Quando Rosarno è salita agli onori delle cronache per la tragica rivolta del gennaio scorso, il rosarnese Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale di Pisa dal 1999 (lascerà il prossimo ottobre), ha provato "dolore, perché un luogo relegato alla marginalità otteneva gli onori delle cronache per un episodio così terribile"; e "stupore, perché Rosarno è stato sempre un paese di emigranti: ad esempio, nella famiglia di mio padre sette fratelli su sette sono emigrati e mio nonno, Salvatore come me, è stato sia in Argentina sia a New York". Ma non solo, perché "Rosarno all’inizio del ‘900, dopo le bonifiche e grazie alle coltivazioni di agrumeti che rendevano molto, ha anche accolto altri calabresi provenienti da zone ancor più povere, come l’Aspromonte, e nel giro di pochi anni la popolazione crebbe da poche migliaia a 20 mila abitanti: tanti rosarnesi di oggi discendono da quell’esperienza di immigrazione interna, da quel tempo in cui Rosarno era chiamata 'Americhedda', piccola America, quindi i fatti di gennaio sono stati un paradosso nel paradosso".

Facciamo un passo indietro. Sempre a Rosarno, 1980, altro tragico evento, l’assassinio di Peppino Valarioti, intellettuale e dirigente del Pci locale, per mano della ‘ndrangheta in una storia mai chiarita fino in fondo (ancora oggi non c’è nessun responsabile). Che ricordi ha di quei giorni?

Ho avuto modo di conoscere Valarioti personalmente, quando dopo molti anni ritornai a Rosarno da archeologo per fare degli scavi negli anni ‘70. Mi legava a lui una grandissima simpatia. Valarioti faceva parte di una specie molto rara nel Sud: intellettuale, giovane, radicale nelle sue posizioni e soprattutto deciso a rimanere a Rosarno, di restare nella sua terra. Non voglio criticare con questo chi va via, perché dovrei criticare anche me stesso, ma lui rappresentava qualcosa di importante: una speranza. E quando fu ucciso venne meno proprio questo, la speranza. Non era un magistrato che aveva mandato qualche capomafia all’ergastolo, era semplicemente una persona che aveva deciso di non scendere a compromessi ed è morto per questo.

Dagli anni ’80 a oggi la civiltà culturale della Calabria, del Sud, ha fatto ulteriori passi indietro?

Ho l’impressione che la situazione non sia molto cambiata. Alcune reazioni individuali ci sono, ma manca la capacità di organizzare un movimento, anche per colpa dei partiti che non sono stati in grado di rappresentare la voglia di rinnovamento e offrire un’immagine diversa. Anzi, hanno proprio fallito i partiti. Pur con qualche tentativo generoso: penso all’assessore Domenico Cersosimo, dell’ultima giunta Loiero, per i suoi investimenti considerevoli nella scuola con l’introduzione di meccanismi per aiutare soprattutto le fasce più svantaggiate, i più poveri.

Eppure l’unica certezza per la Calabria pare essere l’arretratezza a cui la condanna soprattutto una criminalità antichissima nella liturgia, ma modernissima nella capacità di esser protagonista dell’economia.

Pensando sempre a Rosarno, l’immagine dei cartelli stradali bucherellati dai proiettili indica proprio questo, il degrado di un posto che ha pur dato i natali a un discepolo di Platone, Filippo di Medma. Invece è un luogo sotto la cappa di una 'ndrangheta che ai miei tempi faceva piccole estorsioni, piccole rapine, "controllava" i campi. Poi l’evoluzione: mantenendo sempre gli stretti legami familiari e sociali, ma alzando la mira sul traffico internazionale di droga e di armi, raggiungendo guadagni incredibili. Ma quel qualcosa di molto arcaico rimane, come rimane il pellegrinaggio annuale delle 'ndrine al santuario della Madonna di Polsi.

Ci sono state, però, anche delle grandi illusioni: come il porto di Gioia Tauro che, se a pieno regime, potrebbe garantire migliaia di posti di lavoro in più. Ma resta, appunto, un’illusione, perché?

Forse perché, nel caso specifico, è nato male quel porto. E’ stato devastato uno dei più bei luoghi della Calabria, distruggendo olivi secolari, spianando tutto con i camion della ‘ndrangheta. E non per un porto: doveva sorgere il quinto centro siderurgico d’Italia in un momento in cui gli altri quattro non funzionavano più. Era l’epoca della lotta tra poveri, il 'boia chi molla' della rivolta di Reggio contro Catanzaro capoluogo. Si porta dietro questa maledizione il porto.

Le responsabilità politiche non mancano. Anche il centrosinistra, che ha governato dieci anni prima della recente vittoria di Scopelliti, è ampiamente responsabile, non crede?

Sì e al di là di quello che è stato fatto o meno, rimprovero alla sinistra di non essere più in grado di costruire una speranza, ma non solo al Sud dove l’immobilismo produce effetti ancor più gravi. Non c’è più un’idea, tutto viene sistematicamente copiato: come il federalismo dalla Lega, copiare dal Carroccio è una moda poi. Invece, parlare di unità d’Italia è ora rivoluzionario, come nel 1848. C’è stata qualche eccezione a sinistra, bisogna ricordarlo, come Nichi Vendola, la sua storia è la più bruciante sconfitta del Pd: il piano era perdere in un colpo solo la Puglia e Bari, e a volerlo, diciamolo, era un normalista (il riferimento è a Massimo D’Alema, che in gioventù studiò alla Normale senza però conseguirne il diploma, ndr).

Mentre la crisi del Sud è senza fine, al Nord non si può neppure più cantare "Bella ciao"...perché anche gli intellettuali non parlano più, non fanno sentire la loro voce?

E’ vero, è una cosa che manca sempre di più. Gli intellettuali sono sempre più ridotti al silenzio, all’auto-bavaglio. Scetticismo? Sfiducia? Stanchezza? In parte anche eterna capacità di trasformismo, come dal 1922 al ’43, perché per afferrare piccole briciole di potere molti sono pronti a genuflettersi davanti a chiunque o almeno a tacere, ambiguamente.

In un’Italia sempre più spaccata e divisa almeno il sindacato cerca ancora, pur tra mille contraddizioni e limiti, di trovare ancora dei simboli, per questo la manifestazione nazionale oggi è proprio a Rosarno.

E’ positivo se dentro il simbolo, però, c’è qualcosa. Perché i simboli se sono vuoti si consumano in fretta: qual è il progetto del sindacato per l’Italia? Anche questo, a dir il vero, non mi è molto chiaro.

da Il Fatto Quotidiano n°128 (anno 2) del 1° maggio 2010



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X Files
22 aprile 2010

Mulder e Scully indagano su Massimo Tartaglia e su Bin Laden. Per Mulder entrambi non esistono, sono frutto di un'allucinazione di massa realizzata con potenti strumenti tecnologici da una civilità aliena superiore. Scully è scettica.


Mulder e Scully indagano su Renzo Bossi e su Lapo Elkann. Per Mulder "Er Trota" è stato rapito dagli alieni da piccolo e Lapo è un alieno venuto male di cui una civiltà superiore si è liberata lasciandolo sulla Terra dopo aver studiato Renzo Bossi. Scully è scettica.





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X Files
20 aprile 2010

Mulder e Scully indagano sul cambiamento di Fini e sulla strana creatura chiamata Brunetta. Per Mulder Fini è posseduto da un alieno e Brunetta è l'ultimo di un'antica civilità di puffi non blu. Scully è scettica.




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X Files
20 aprile 2010

Mulder e Scully indagano sulla Sindone e sulla traslazione delle spoglie di Padre Pio. Per Mulder la sindone ritrae un alieno e Padre Pio era un agente della Cia amico dell'uomo che fuma. Scully è scettica.




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Civati: servono altri due Vendola, io e Renzi
6 aprile 2010
da L'Antefatto

Civati contro i capi del partito: “fermi al ‘94, sembra pompei dopo l’eruzione del vesuvio”.

Giuseppe Civati, 34 anni, è una delle eterne promesse della sinistra. La batosta del Pd alle urne, mentre i dirigenti nazionali non ammettono la netta sconfitta, lo costringe ad uscire allo scoperto: “Servono altri due Vendola per ripartire: uno al nord e sono io e l’altro al centro ed è il sindaco di Firenze Matteo Renzi”.

Diecimila preferenze alle Regionali, e non è la prima volta, ti inchiodano a una responsabilità, se non ora quando?

Non c’è più tempo da perdere, condivido e mi sto muovendo, ripartiremo da un’inziativa: magari in via Padova a Milano, la strada diventata simbolo della questione immigrazione.

Il Pd a queste elezioni ha perso oppure no come ha detto Bersani?

Il segretario non è in discussione, perché non possiamo cambiarne 20 in due giorni. Mi sono anche rotto i “cognomi” da questo punto di vista. Ma non possiamo permetterci di parlare ancora con un linguaggio che è quello delle tribune politiche anni ‘70 in bianco e nero.

Si riferisce alla conferenza stampa di Bersani post-voto?

E’ stata come le previsioni del tempo, da prendere al contrario. Vorrei dire a Bersani che non abbiamo preso un palo al 95° minuto, non troviamo la porta da vent’anni.

Ma la colpa è di Grillo e del suo movimento, non è d’accordo?

Figuriamoci. Quei ragazzi, come quelli del Popolo viola, rappresentano una naturale reazione. Ha ragione Vendola quando dice che è il nostro modo di intendere la politica ad esser fallito. Non sto dicendo che dobbiamo assorbire i grillini, i viola e gli altri movimenti. Con loro bisogna parlare, dargli un punto di riferimento, come ha fatto Vendola in Puglia con i ragazzi delle sue “fabbriche”.

Invece, anche per le prossime amministrative di Milano, ora c’è la corsa all’alleanza con l’Udc.

E’ da spararsi in testa. Non va a votare il 40% e noi ci preoccupiamo del 3% dell’Udc. Il partito dovrebbe essere più orgoglioso delle proprie ragioni e avere posizioni più nette. Invece in Veneto e Lombardia non abbiamo civiltà politica e al sud candidiamo con sufficienza De Luca e Loiero, che si dicono sicuri di vincere. Continuiamo a sbagliare tutto.

Non l’ha detto ancora chiaramente, ma è finalmente arrivato il momento di azzerare la classe dirigente oppure no?

Sì. Siamo fermi al ‘94, come Pompei dopo l’eruzione del Vesuvio. Con Plinio, il Vecchio non il Giovane. E il Giovane comincia a essere un po’ troppo vecchio anche lui. Tutto il Paese è così, non solo il Pd. Penso a Berlusconi, che almeno vince, ma anche ai giornalisti, a Santoro, è vero vince anche lui (negli ascolti, ndr). E nella finanza Geronzi è sempre una giovane promessa.

La Lega avanza anche nelle regioni rosse nel frattempo.

Colpa nostra. Immigrazione? Noi non affrontiamo il problema e quando lo facciamo diamo ragione alla Lega, inseguendola sul suo terreno, con la storia della “pancia della gente”. Basta. Noi siamo diversi da loro, dobbiamo fare un’opposizione massacrante contro la Lega: perché più prendono voti e più aumentano i tagli ai comuni? E’ questo il loro federalismo? Governano da molti anni ormai, il nord non ha guadagnato nulla.

In Puglia ha vinto Vendola, il candidato che il Pd non voleva, per la seconda volta.

Non ne basta uno di Vendola. Ne servono tre, uno al nord e uno al centro, perché dobbiamo ripartire dalle realtà locali: gli altri due sono Matteo Renzi ed io.

Siete diversissimi per storia personale e idee politiche...

Questa è l’idea di coalizione, di partito che ho. Oltre i simbolini da mettere insieme nello schema della vecchia Unione. Molto oltre. Pluralismo, non caciara e risse continue.


da Il Fatto Quotidiano n°102 (anno 2) del 1° aprile 2010




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Errani prova ad arginare la Lega
29 marzo 2010
da L'Antefatto

La sua Emilia Romagna è per Pier Luigi Bersani una Stalingrado, ma l’offensiva da fermare non è quella del Pdl e della candidata alla presidenza Anna Maria Bernini, una la cui affermazione appare alla vigilia irrealistica. Il timore del segretario è l’ascesa leghista, il cui bacino elettorale qui nell’inespugnabile regione rossa è in crescita elezione dopo elezione. Cinque anni fa la Lega arrivò quasi al 5%, per poi calare al 4 alle politiche del 2006. Da quel momento è stata inarrestabile: 8% alle politiche del 2008, con punte del 15 nel piacentino e il 29% a Fiumalbo, paesino di 1300 abitanti a due passi dall’Abetone, provincia di Modena. Europee 2009, altro botto, con il Carroccio all’11%. Vasco Errani è la diga con cui il Pd proverà ad arginare le truppe padane, a costo di riproporre un governatore uscente oltre la soglia del terzo mandato, oltre una soglia di legge “che disciplina non la candidatura ma l’eleggibilità: se Errani sarà eletto presenteremo ricorso e decadrà”, attacca Giovanni Favia, consigliere comunale a Bologna e in corsa per la presidenza con il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, acclamato da migliaia di bolognesi in piazza Maggiore pochi giorni fa. Errani, dal canto suo, dice che questi ricorsi non lo spaventano, “perché una sentenza della Cassazione nel 2004 ha stabilito che la legge non è retroattiva” e poi lui non ne faceva una questione di vita o di morte, poteva anche ritirarsi, assicura: "Ho accettato una richiesta del Pd e della coalizione di centrosinistra".

Anche se mette le mani avanti, perché qualche sondaggio passato tra le sue mani negli ultimi giorni ha fatto suonare più di un campanello d’allarme: "La vicenda Delbono è stata pesante – ha spiegato Errani al Corriere di Bologna – e il risultato del 2005 (quando arrivò al 63%, ndr) appartiene a un’altra epoca, completamente diversa da quella attuale". Una mano l’ha tesa il Professore, pronto al soccorso di una segreteria, quella di Bersani, che sull’Emilia si gioca parecchio della sua credibilità rispetto al modello di partito e ai programmi per il futuro: "Quello che si è seminato qui – è intervenuto Romano Prodi all’ultima serata di campagna elettorale – è l’Ulivo e saprà ancora germogliare: sul risultato di queste regionali sono ottimista: saranno un trampolino di lancio per il Pd in Italia".

A sperare che Stalingrado si trasformi per il Pd in una Caporetto c’è Anna Maria Bernini, deputata dell’area finiana, nota per esser stata l’avvocato di Luciano Pavarotti prima e di Nicoletta Mantovani dopo, assistendo la compagna del tenore, poi divenuta assessore di Delbono, nella battaglia per l’eredità. Bernini è stata candidata proprio dopo la bufera giudiziaria a Palazzo D’Accursio che ha lasciato Bologna senza sindaco. Perché prima a sfidare Errani doveva essere Giancarlo Mazzucca, l’ex direttore del Resto del Carlino messo in ghiacciaia in attesa della corsa per la poltrona di sindaco. Comunque vada per lei sarà un successo, considerando anche che è l’unica candidata a governatore che rivela il suo "sì" al nucleare “purché la collocazione del sito sia concertata e condivisa".

da Il Fatto Quotidiano n°99 (anno 2) del 28 marzo 2010



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Sempre rossa e più rosa
27 marzo 2010
da L'Antefatto

L’Umbria sempre meno rossa elezione dopo elezione, al voto con una sfida tutta rosa, dovrebbe comunque rimanere al centrosinistra: Fiammetta Modena è considerata troppo debole negli stessi ambienti Pdl, mentre Paola Binetti (Udc) non pescherà certo voti a sinistra. Così per Catiuscia Marini la partita sembra già vinta: "Lavorerò fino alle 15 di lunedì 29 per conquistare anche l’ultimo elettore indeciso, non sottovaluto le avversarie ma il vento sembra positivo".

La minoranza interna nel Pd si è spaccata alle primarie, proprio dall’Umbria nasce la rottura Franceschini-Veltroni. Il partito l’ha poi appoggiata nella sua totalità o lei, bersaniana, si sente vittima di quello scontro?

Alle primarie ho fatto di tutto per tenere i toni del confronto civile, anche se non posso negare che qualche tensione ci sia stata. Poi ho avuto al mio fianco non solo tutto il partito, ma tutto il centrosinistra.

Negli ultimi anni l’Umbria ha perso voti a sinistra, mentre aumentavano disoccupazione e precariato. E’ possibile correggere la rotta?

Non siamo un’isola, ma parte di una vicenda nazionale e internazionale, dove lavoro e futuro preoccupano. Ma la sensazione è che gli umbri abbiano ancora fiducia nelle istituzioni locali e, quindi, non registreremo un astensionismo così elevato da penalizzarci.

Una delle difficoltà maggiori della sua regione è rappresentata dalle infrastrutture. E’ possibile un modello di sviluppo che salvaguardi l’ambiente?

L’ambiente è fondamentale per un capitolo importante a livello economico come il turismo. E’ vero, però, che paghiamo un gap non più sostenibile a causa anche di una Orte-Ravenna non più adeguata. Bisogna tenere insieme salvaguardia dell’ambiente e nuove infrastrutture.

Si sente rappresentante della discontinuità o della continuità con il recente passato umbro?

Giudizio positivo su autorevolezza e competenza di Rita Lorenzetti, ma si apre una fase nuova di cambiamenti imposti dalla crisi.

Se eletta che cosa sarà la prima cosa che farà?

Una politica seria sulle energie rinnovabili, mentre altri parlano di nucleare.

La sua avversaria Binetti appena lasciato il Pd si è candidata contro di lei: teme che possa portarle via voti preziosi?

L’Udc in Umbria si è espressa pubblicamente per un’alleanza con noi. Binetti non ha legami reali con questa regione.

Però in altre regioni il Pd ha deciso di allearsi con l’Udc e lo stesso Bersani non esclude alleanze allargate per il futuro. Qual è la strada giusta?

Auspico un rapporto con l’Udc.

Rimprovera qualcosa al suo segretario nazionale o pensa che si stia muovendo bene fin qui?

Ha preso il passo lungo che ci porterà all’obiettivo di battere la destra. Forse poteva risparmiarsi Sanremo...

Meglio di Franceschini e Veltroni quindi?

Domanda trabocchetto. In questo momento ho bisogno di tutto il partito, rispondo dopo il voto.

Tre donne a contendersi la presidenza? Quando per Palazzo Chigi?

Spero sia la novità della terza Repubblica.

Se lunedì fosse sconfitta cosa farebbe?

E’ un’ipotesi alla quale non penso.


da Il Fatto Quotidiano n°95 (anno 2) del 24 marzo 2010



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Grillo contro tutti
27 marzo 2010
da L'Antefatto

Mirandola - Bassa Modenese, città di Mirandola, "siete passati da Pico a Carlo Giovanardi, questa è la vostra evoluzione?! Da uno dei più grandi geni dell’umanità a Giovanardi?": sul palco, nel pomeriggio di un giorno lavorativo, sale Beppe Grillo, è una tappa del suo tour in giro per le regioni (Lombardia, Campania, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna) dove il Movimento 5 Stelle ha presentato le liste. A Mirandola, venerdì scorso, quando è apparso Grillo si è riunita una piccola folla; a Milano, mercoledì piazza Duomo era piena, "saremo stati 14 mila o tre milioni, ormai si dice così", scherza Grillo, che poi si fa serio sul ritorno mediatico, pari a zero, di tutte queste piccole e grandi folle, dal 4 marzo scorso pronte ad accoglierlo, alle fermate di un viaggio in camper: "E’ la prova che ci oscurano perché noi facciamo paura, abbiamo scoperto la potenzialità della Rete: beppegrillo.it compie 5 anni, è diventato una piattaforma straordinaria. Ci scrivono il premio Nobel e il carpentiere, è tra i primi 30 blog al mondo, l’unico in italiano. Quando cominciai il primo commento fu: "Bastardo, metti sempre la macchina nel mio posto”. Era il mio vicino di casa…".

Ora cresce anche il movimento "ed è per questo che hanno paura i politici e i loro asserviti giornalisti, perché ci proviamo con ragazzi, 30 anni di media, perché chiediamo a chi non ha avuto una delega eterna di farsi da parte: perché Fassino deve stare in Parlamento da 25 anni? D’Alema da 30? Qual è l’utilità di questa gente?". Ha anche un modello Grillo, "il più grande statista italiano, Alcide De Gasperi, dopo otto anni ha smesso, cosa hanno loro in più di De Gasperi?". E poi c’è lo "Psiconano, Berlusconi, con il suo governo abusivo risultato di un Parlamento che senza preferenze non è stato eletto dal popolo sovrano, ma nominato". Neppure al Colle vengono risparmiati i fendenti di Grillo: "Non ho mai offeso Napolitano, mi sono limitato a chiamarlo Morfeo, perché dorme. Ma invece di dormire, due settimane fa, si è svegliato a mezzanotte per firmare il decreto interpretativo per la lista del Pdl, facendo una figura impossibile: sul sito del Quirinale ha scritto che doveva decidere tra legge e diritto a far andare a votare…ma non c’è diritto senza legge, spiegateglielo!".

Con il blog, con il movimento, alcune cose Grillo è anche riuscito a farle in questi anni, "ma sono depresso! Perché stiamo sempre a raccogliere firme, noi lo sappiamo fare, ma non contiamo niente: nel 2007 ne abbiamo raccolte 350 mila in un giorno, sotto la pioggia, con la neve; servivano per chiedere di vietare il Parlamento ai condannati in via definitiva, con tre sentenze. E’ servito: erano 19 nel 2007, dopo tre anni sono 23, ecco come ci stanno a sentire!". Poi guarda a sinistra e si dispera: “Chiedevamo solo un Parlamento pulito, le preferenze e un massimo di due legislature per tutti, perché il centrosinistra non ci ha appoggiati? Perché il Pd non se lo è preso questo movimento? Perché non esistiamo nel loro mondo, che è quello dell’informazione del direttore Minchiolini, che è come il Falqui, basta la parola e poi mandarlo in quel posto tutte le sere!".

Ma la televisione "è finita e anche i giornali: perché dobbiamo dare i nostri soldi al giornale di Confindustria, al Sole 24 Ore? Al Corriere, al gruppo Espresso, a l’Unità e anche al Foglio? Perché dobbiamo dare 5 milioni di euro all’anno a Giuliano Ferrara e poi non abbiamo un centesimo per la ricerca? Vogliono un giornale, vivano dei loro lettori, senza soldi pubblici, come il Fatto!".

Quasi un mese su quattro ruote ormai, "ogni tanto ci siamo concessi qualche albergo per una doccia più comoda, ma con Walter, l’autista, e Filippo, il compagno di viaggio che prepara il caffè, abbiamo fatto una campagna elettorale alla genovese, senza chiedere soldi allo Stato". E poi "i ragazzi e le ragazze, ingenui, incensurati soprattutto, emozionati, non abituati a parlare in pubblico ma con la faccia pulita, spero che gli venga data una possibilità a queste elezioni, l’Italia deve darsi una possibilità con loro". Lui, Beppe Grillo da Genova, nomade sul camper, non è candidato e assicura: "Non candidabile mai".


da Il Fatto Quotidiano n°98 (anno 2) del 27 marzo 2010



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L'ex comunista contro "frangetta liscia"
26 marzo 2010
da L'Antefatto

Firenze. Rossi-Faenzi è lo scontro tra il “gigante” della tradizione ex comunista toscana e quella “bambina” che un giorno a Castiglion della Pescaia sconfisse per la prima volta chi i “bambini se li mangiava”, era il 2001 e lo splendido borgo medievale sul mar Tirreno anticipava Prato di sette anni nel liquidare la sinistra.

In piena campagna elettorale l’inchiesta della procura di Firenze sui grandi appalti ha colpito, indagato per concorso in corruzione, Denis Verdini, il padrino politico di Monica Faenzi. Quello che le consigliava di pensarci bene ad accettare la richiesta di Berlusconi, ma il premier voleva opporre ai “Rossi” una donna, a tutti i costi. E’ già leggenda il “sì” di una Monica Faenzi imbarazzata innanzi a un Berlusconi inginocchiato, non per portarla all’altare ma per chiederle di accettare la sfida impossibile. Verdini voleva proteggere la sua delfina da quello che si annuncia comunque – salvo insperate sorprese – come un massacro ; Berlusconi cercava una faccia da manifesti, agli antipodi dalla governatrice del Piemonte Mercedes Bresso che “si guarda allo specchio e si rovina la giornata”, come ha recentemente detto il premier. Il metro di giudizio politico dell’inquilino di Palazzo Chigi è noto, tanto che la Faenzi viene descritta così da Libero: “Frangetta liscia, platinata, sorriso Durban’s, zigomo scolpito e una silhouette che rasenta la perfezione: 90-60-90 per un metro e ottanta di altezza”.

Come sindaco di Castiglion della Pescaia ha lasciato il segno soprattutto per la lite (non ricambiata) con Romano Prodi, l’unico capace di battere Berlusconi alle urne, altro fattore determinante nell’innamoramento del Caimano. Il Professore era colpevole di trascorrere le vacanze nel bel borgo toscano senza passare a salutare il sindaco. Nella storia di Castiglione rimarrà anche una seduta del Consiglio comunale in cui dai banchi dell’opposizione la Faenzi fu accusata di aver speso soldi pubblici in una visita istituzionale in Belgio, per comprare degli assorbenti Tampax. Il sindaco si alzò e nella solennità della sala consiliare annunciò di usare un’altra marca. Un episodio, invece, che Berlusconi avrà apprezzato è quello dell’estate 2009, quando frangetta liscia multò i vogatori del rione Portaccia, rei di aver indossato magliette anti-Silvio al palio di Ferragosto. Favorevole alle centrali nucleari, “ma il piano del governo non ne prevede una in Toscana” tiene a precisare, ha avuto uno zio comunista, quell’Ivo Faenzi per 15 anni parlamentare del Pci.

Nato “da una famiglia operaia”, come scritto sul sito web personale, nel ’58 (sette anni prima della Faenzi), Enrico Rossi, invece, rappresenta in pieno quella tradizione toscana di partito che ha dovuto subire nel 2009 la fine inaspettatamente drammatica del sindaco di Firenze Leonardo Domenici, con la sua giunta fatta a pezzi dall’inchiesta su Castello, l’ascesa e la vittoria alle primarie di quell’ex margherita Matteo Renzi per nulla a suo agio al tavolo degli ex comunisti e la sconfitta storica di Prato, dove Mr Sasch Roberto Cenni ha vinto “contro i cinesi”. E il Partito per risollevarsi da questi colpi da ko, nonché per ristabilire equilibri spezzati dall’irresistibile ascesa di Renzi nel cuore dei poteri toscani, ha deciso di giocare la carta preziosa di quello che in questi anni è diventato uno dei più potenti assessori della giunta di Claudio Martini: Enrico Rossi, più “bersaniano” (si scrive così ma si legge “dalemiano”) di Bersani, da sindaco di Pontedera negli anni ’90 scongiurò il trasferimento della Piaggio in Campania e da capo della sanità regionale vanta un risultato che ha concesso ai toscani “di guadagnare una settimana di vita in più ogni sette giorni che passano”, come rilevato dal Laboratorio Management e Sanità della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. In Toscana lo stesso studio della Scuola Sant’Anna ha evidenziato come “sui grandi killer (tumori e malattie cardiovascolari) siamo in grado di evitare la morte più che in altre regioni”. Secondo un rapporto dell’Università Cattolica di Roma l’84% dei toscani è soddisfatto dei servizi sanitari regionali. Critiche su Rossi, però, sono piovute per la creazione degli Estav (Ente per i servizi tecnico amministrativi di area vasta), con cui ha diviso di fatto i servizi di supporto alla sanità in tre aree regionali: gli Estav si occupano dell’acquisto di strumentazioni e farmaci destinati alle Asl, oltre alla gestione di concorsi e stipendi del personale. Un’idea che non è piaciuta neppure alla Cgil, molto vicina a Rossi, il cui comparto infermiere e ostetriche l’ha bollata come una delle cose “meno riuscite” della sua gestione. Per il resto la strada verso la successione di Martini dovrebbe essere spianata, per questo ci ha pensato D’Alema a creare sconcerto nell’elettorato di sinistra annunciando, sabato scorso in visita a Firenze, che alla Toscana serve proprio un Cie (centri di identificazione e espulsione immigrati) “per applicare meglio i principi della legge Turco-Napolitano”.

da Il Fatto Quotidiano n°97 (anno 2) del 26 marzo 2010




permalink | inviato da giampierocalapà il 26/3/2010 alle 18:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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